Uniformi digitali

2021-02-14T10:42:48+01:00Febbraio 8, 2021|20(21) grammi, Moda|

Una vita (e un lavoro) tra Milano e Firenze, Gabriele Moschin è Head of Education dei Dipartimenti di Fashion Design e Fashion Business al Polimoda nonché Brand Strategist e Copywriter. Esperto di comunicazione, art direction e moda non potevamo che chiedergli come la pandemia ha cambiato il modo in cui ci vestiamo. Tra le altre cose è anche barone del Principato di Sealand e e-resident di Liberland, ma questa è un’altra storia.

Il capo iconico della pandemia?
Si è parlato di tuta (che a Firenze si dice “il toni”*), di tutto ciò che è comodo. Ma per me c’è solo un capo iconico che ci ha accompagnati nel 2020 e fino a questo 2021: la mascherina, anche se sembra una banalità.
La mascherina è diventata quasi un feticcio, in primo piano rispetto ai “rituali” istituzionalizzati dalla pandemia: c’è il rito del lavaggio delle mani, il rito di mettersi il “paramento sacro” della mascherina prima di andare sul palcoscenico della vita fuori dalle nostre case, senza il quale non siamo “etici” abbastanza per stare con gli altri. C’è la “deizzazione” della scienza, che da alleata è diventata una sorta di religione. C’è il virus che, un po’ come lo Spirito Santo, ci tocca in modo invisibile e viene trasmesso per “ingiunzione delle mani”.
C’è stato ovviamente il trend delle mascherine prodotte dalle grandi griffe, con la rincorsa a chi la faceva più “logata”, chi utilizzava il tessuto più particolare, chi proponeva modelli con l’adattatore o il laccio dietro. Ma quella che vince il titolo di capo iconico è la mascherina che arriva dalla Cina e che fa parte di una messa in scena. Nella teoria dei giochi (di Roger Caillois) sarebbe la mimicry, il camuffamento per eccellenza. Non per nulla ce l’hanno i banditi e chi si deve nascondere. E purtroppo è il must-have del 2020 e 2021, e mi sa che ce lo terremo ancora a lungo. Insomma, siamo in piena mimicrisi.

*Ci sono almeno due versioni all’origine di questa parola: TO N.Y. scritto sui pacchi dei militari americani in stanza a Firenze per indicare la destinazione del rimpatrio dei loro vestiti (e poi mai spediti e finiti sulle bancarelle) oppure Tuta Olimpica Nazionale Italiana nel 1963, quando i nostri atleti si presentarono in tuta a Berlino (tuta ovviamente fatta a Firenze…).

Dal 2019 al 2021: com’è cambiato il modo in cui ci vestiamo e ci vestiremo una volta allentati i lockdown?
Nell’immediato post-pandemia per me sarà tutto comodo, pratico e funzionale. Un po’ perché vedo il post-pandemia di ritorno alla vita sociale molto in là nel tempo. Un po’ perché sono cambiati i valori. Rispetto alle grandi polarizzazioni della moda – che sono di solito l’utopico, il ludico, il pratico e il critico – se un tempo in cima alla classifica c’era sicuramente l’utopico seguito dal ludico, adesso abbiamo senza dubbio il pratico e solo all’ultimo posto l’utopico. C’è poca utopia, anche tra gli aspiranti futuri designer: c’è tanta attenzione alla tecnica, ai tessuti, alla sostenibilità. Tutte istanze molto pratiche.
In modo provocatorio, vedo un po’ un passaggio dalla moda all’uniforme, intesa come l’uniforme pratica. Se vogliamo essere davvero sostenibili e scalabili, considerando i cicli produttivi, dobbiamo ragionare in un’ottica meno utopica e personalizzante e più “socialista”, come quella dell’uniforme.

La pandemia è stato un momento di riflessione e rilancio in molti settori: una cosa completamente diversa rispetto a prima che si dovrebbe fare nel mondo della moda?
In realtà è da un po’ di tempo che vedo meno belle idee e meno affermazioni potenti, capaci di dare una lettura finalmente diversa e di illuminare un oggetto da un punto di vista differente. C’è la tendenza ad appoggiarsi molto all’utilizzo degli strumenti, soprattutto rispetto alla ricerca dei materiali, come per esempio la pelle, che non mette d’accordo nessuno: da una parte c’è il mondo vegano che evidentemente porta avanti le istanze in difesa degli animali, dall’altra c’è chi afferma sia invece un modello virtuoso di economia circolare. Se i macelli sono responsabili dell’abbattimento degli animali, le concerie – certificate – contribuiscono invece allo smaltimento e alla riduzione dell’inquinamento.
La moda, in questo contesto in cui mancano grandi idee potenti, l’unica cosa che può fare a mio parere è seguire il trend trasversale della sostenibilità. Ovviamente il problema è che un conto è dirlo un conto è farlo: purtroppo spesso l’impegno dichiarato non è quello effettivo e la sostenibilità diventa “aria fritta”, per questo è una parola che non amo usare. Io auspico invece per la moda che ci sia un interesse reale verso questi temi: un po’ come si era iniziato a fare a inizi 2000 con il trattamento del cotone in India e Pakistan (Better Cotton Initiative), o riuscire a mettere mano agli allevamenti intensivi per la produzione delle piume. Per capire cosa sia la sostenibilità “vera” consiglio il libro Iperoggetti di Timothy Morton, tra i più pertinenti e meno astratti.

Quali sono le iniziative più interessanti che hai visto nella moda e le opportunità creative generate dall’emergenza del Covid-19?
La mancanza di fisicità e la conseguente chiusura del retail e dei DOS (directly operated store), compreso il quasi fallimento di grandi nomi come Neiman Marcus ha portato una ventata di digitalizzazione strutturata e innovativa dei punti vendita. È un po’ come estendere la navigazione in Google View proseguendo all’interno degli spazi, con la possibilità però di rendere tutto più cinematografico. Muovendosi nell’ambiente digitalizzato si può esplorare il negozio, accedere a contenuti ad hoc attraverso dei pin posizionati in luoghi strategici e fare acquisti. Quest’esperienza è perfetta per i buyer che devono effettuare ordini negli showroom dei brand per conto dei punti vendita, ma anche per il cliente finale. Ovviamente, per quanto sia bella e studiata bene l’esperienza, la mano sui tessuti non l’avrai mai. È la differenza che c’è tra l’esperienza dell’amore e quella vissuta attraverso la pornografia.
Sempre collegato alla spinta verso la digitalizzazione c’è il fenomeno della CGI, computer generated imagery, con l’inizio della comparsa di avatar, come nella sfilata di ottobre di GCDS: un grande show in stile videogioco in cui, non solo i capi del brand erano indossati da modelle virtuali, ma anche gli ospiti in front row sono stati ricostruiti digitalmente.
Similmente sono emerse alcune agenzie, come l’olandese The Fabricant, specializzate nella creazione di abiti virtuali: abiti che non esistono, ma possono essere acquistati per farli indossare al proprio avatar.
A ruota c’è poi il fenomeno degli influencer – finti – digitali, come imma.gram, lilmiquela, blawko22, noonoouri e shudu.gram, che hanno i loro sconforti, vanno a donare il sangue, interagiscono tra loro e vivono momenti di vita reale anche se di fatto della realtà vera non c’è nulla, essendo tutto computer generated. Anche in questo caso i vestiti che indossano sono tutti digitalizzati.
Addirittura Bella Hadid ha dichiarato, come si fa nei CV, di essere una modella con “esperienze nel digitale” perché nell’ultimo commercial di Mugler ha indossato digitalmente i panni di un pterocentauro.
A differenza di qualche sperimentazione sporadica vista in passato, tra i designer più all’avanguardia, queste sono tutte novità assolute, parte di uno stesso trend che secondo me è destinato a svilupparsi sempre di più e che ci sta portando verso esperienze sempre più ibride tra fisico e digitale. Oggi parlare di moda è anche parlare di tecnologia.

Sostenibilità e temi politici sono sempre più frequenti in campagne, sfilate e social dei brand di moda. Sono valori che dovrebbero riguardare tutti, ma quando si arriva al costo sono di fatto accessibili solo a nicchie elitarie. Come vive questa dicotomia chi la moda la fa, soprattutto tra gli aspiranti designer delle nuove generazioni?
Ad esempio Michele Alessandro con Gucci ha ridisegnato l’uomo rispetto ai modelli canonici a cui eravamo abituati con Tom Ford, e in generale. Sta raccontando la storia delle nuove generazioni, parlando attraverso gli abiti di diversity, inclusion e gender fluidity. Vogue stesso ha fatto suoi questi temi e natura, persone transessuali, rappresentazioni di bellezza non canonica sono sempre più presenti nelle sue pagine. Trovo questo lavoro importantissimo anche se non amo la parola diversity perché presuppone l’esistenza di un canone e di un non-canone che bisogna in qualche modo includere. Piuttosto mi piacerebbe che ci si unisse nella variety che anima il settore della moda per perseguire insieme l’obiettivo della sostenibilità, quella autentica. Oggi questa è però una battaglia che presuppone altre battaglie: mentre parrebbe che ci siano passi avanti per incarnare i valori legati alla diversità e metterli in pratica attraverso i diritti, è ancora difficile essere coerenti rispetto alla sostenibilità. L’educazione al rispetto dell’ecosistema Terra è qualcosa che si abbraccia spesso a parole, ma che non si mette in atto con consapevolezza nelle scelte della quotidianità. Per le vecchie e soprattutto le nuove generazioni la sfida è riuscire a risolvere queste contraddizioni.